Oggi voglio intrattenervi con parte di un racconto; un racconto che ho letto di recente il quale nasconde un messaggio molto sottile e che lascio a Voi l'interpretazione.
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Davanti al carro vidi un cavallo nero e grande e prigioniero.
Aveva un muso imbrigliato e nella bocca un filo di robusto metallo legato alle redini e spezzato nel mezzo, in maniera che si potesse piegare e premere forte contro la lingua.
Il carro era attaccato a lui attraverso braccia di legno fissate ad un giogo stretto al suo collo.
Guardava per terra e respirava con affanno.
Gli uomini scesero e si allontanarono e lui rimase lì.
Mi avvicinai.
Alzò lo sguardo al bosco e mi vide.
Lontano.
Fiero
Libero.
Il suo occhio vibrò della voglia di essere mè, ma poi ritornò triste e prese di nuovo a fissare la terra.
Lo raggiunsi.
Abbassai anche io il muso e lo fissai, poi accostai il mio collo al suo e lo toccai con la mia pelliccia fulva.
- "Perché trascini questo carro?" gli domandai attraverso la pelle.
- "Perché così vuole l'uomo. Io sono suo" mi rispose il cavallo.
- "Tu sei dell'uomo?
- "Si"
- "E da quando"
- "Da quando mi ha domato."
- "E come ha fatto a domarti?" domandai curioso.
- "Ha strappato via la mia natura e me ne ha imposta un altra. Mi ricompensava quando non ero io e mi picchiava con un nervo di bue quando invece lo ero. Per non soccombere mi sono abituato a dimenticarmi di me" rispose il cavallo.
- "Vieni via scappiamo insieme. Ti terremo nel branco e sarai uno di noi. Ritornerai libero" gli dissi.
Il cavallo fremette e raspò la terra con lo zoccolo, acceso da un antico istinto ma subito smise.
- "Non posso" rispose.
- "E perché?"
- "Non mi ricordo più come si fa ad essere liberi."
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Testo tratto dal libro "Il cervo e il bambino" autore Francesco Vidotto
